Ho dedicato la mia vita da credente musulmana al dialogo. Ho creduto, e credo ancora, nella possibilità che la conoscenza reciproca apra varchi là dove i muri sembrano invalicabili. Ho costruito relazioni basate sulla fiducia, sul rispetto e sulla convinzione che la parola possa sostituire la spada, che la comprensione possa dissolvere il pregiudizio.
Poi è arrivato il 7 ottobre 2023: da allora ho dovuto riconfigurare con dolore profondo molte di queste relazioni. Lì dove pensavo di trovare alleanza, ho incontrato richieste di condanna, di dissociazione, come se l’islam fosse il centro dell’accaduto. Al mio rifiuto di piegarmi a queste logiche, dove speravo in ascolto, ho trovato accuse di complicità, insinuazioni di essere “amica dei terroristi”. Ma poi chi sarebbero questi terroristi?
Ho visto, con amarezza, la non violenza elevata a criterio di purezza assoluta, la calma ostentata come dogma di chi possiede superiorità morale: non un terreno comune di pace, dunque, ma come strumento di pressione, come misura per giudicare e silenziare chi osa vedere la realtà da un altro punto di vista, quello della mente decolonizzata.

Questa esperienza mi ha fatto comprendere con maggiore chiarezza quanto il discorso universalista “la violenza non si giustifica mai” possa essere, in realtà, una trappola coloniale. A prima vista, sembra una posizione etica alta, universale, che rifiuta ogni forma di sopraffazione, ma in un’ottica decoloniale non è un invito alla pace, ma un modo di delegittimare chi resiste all’oppressione, rafforzando la violenza del potere che continua a esercitarsi quotidianamente senza che venga nominata.
Asimmetria dei poteri
In contesti coloniali e postcoloniali, non tutte le violenze sono uguali. C’è la violenza strutturale, esercitata dagli Stati e dagli imperi (occupazioni, sfruttamento economico, apartheid, carcerazione di massa, embargo, controllo delle risorse), che si presenta come “legale”, “necessaria” o “ordine pubblico”. Dall’altra parte c’è la violenza di chi resiste, che è spesso reattiva, disperata, marginale. Mettere tutto sullo stesso piano con un “mai” annulla la sproporzione e delegittima il diritto alla resistenza.
Neutralità apparente come complicità
L’affermazione di principio non tocca il potere. Chi domina continuerà a esercitare violenza “legittima”, mentre chi subisce si vedrà privato perfino della legittimità morale della difesa. L’apparente universalismo, in realtà, diventa un’arma del potere: si condanna il gesto di resistenza, ma non si tocca la violenza strutturale che lo ha prodotto.
Colonialità del discorso
La frase nasce da una posizione che presume l’esistenza di un terreno “universale” di valori, ma questo terreno è stato costruito attraverso paradigmi occidentali. Il pensiero decoloniale mostra che dietro all’universalismo spesso si nasconde un privilegio: chi può permettersi di dire “no alla violenza sempre” è colui che non vive l’oppressione quotidiana sulla propria pelle.
Epistemicidio e cancellazione delle voci oppresse
Dire che “la violenza non si giustifica mai” priva i popoli colonizzati della possibilità di narrare la propria esperienza: il trauma, la necessità di difesa, la storicità della resistenza. È una forma di silenziamento che contribuisce a perpetuare l’egemonia.
In sintesi:
In un’ottica decoloniale, la condanna generica e assoluta della violenza non è neutra. È una presa di posizione che rafforza il potere già violento e delegittima chi resiste, perché non distingue tra violenza di oppressione e violenza di liberazione.
Il caso palestinese
Anche chi oggi condanna il genocidio di Gaza spesso si sente in dovere di aggiungere una frase di equilibrio apparente che suona più o meno così: “condanno il terrorismo di Hamas e il terrorismo di Israele”. Ma questo modo di esprimersi offende la storia, la verità e la giustizia. Non perché la violenza di Hamas sia intoccabile o immune da critica, ma perché porla sullo stesso piano della violenza israeliana significa cancellare la sproporzione, la storia e le radici dell’oppressione.

Israele esercita una violenza coloniale strutturale, sistematica, quotidiana, sostenuta da apparati militari, economici e politici globali: l’occupazione militare, gli insediamenti illegali, il muro, i check-point, i bombardamenti periodici su Gaza, la confisca delle terre, l’assedio economico, gli arresti arbitrari e la detenzione di minori: tutto questo costituisce una violenza quotidiana, sistematica e “legalizzata” dal potere coloniale e dalle istituzioni internazionali che chiudono gli occhi. È una violenza normalizzata. Hamas che piaccia o meno, nasce dentro quella realtà, come reazione a un’occupazione che nega ogni possibilità di autodeterminazione. All’interno della sua complessa struttura, ci sono azioni di resistenza armata, che nascono da una condizione di oppressione estrema e da un’asimmetria di forze abissale. Questa violenza, pur criticabile sul piano etico, non è equivalente a quella coloniale: è la reazione di chi non ha eserciti né apparati statali, e spesso nemmeno accesso a mezzi pacifici di difesa efficaci. In altre parole mettere le due forme di violenza sullo stesso piano liquidandole con la parola “terrorismo” è un atto che non restituisce verità: serve solo a preservare lo status quo e a delegittimare la resistenza palestinese.
Non c’è pace senza giustizia
Se davvero vogliamo che la violenza finisca, allora non basta condannare in modo simmetrico. Bisogna agire sulle cause strutturali e riconoscere che non può esistere pace senza giustizia.
Se anche la violenza palestinese ci ripugna, allora la risposta non può essere quella di condannare a priori la resistenza. Piuttosto, dovremmo domandarci: perché quella violenza esplode? E soprattutto: quali sono i mezzi non violenti che potremmo sostenere per evitarla?
Uno strumento chiaro e potente esiste: il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). È un movimento pacifico che chiede con strumenti non violenti la fine dell’occupazione e il rispetto del diritto internazionale. Se davvero volessimo che la resistenza palestinese non si esprimesse in forme violente, allora come società civile, come governi, avremmo dovuto sostenere e rafforzare queste strade, invece di ostacolarle o criminalizzarle. Ignorare o reprimere i canali non violenti equivale, in realtà, a lasciare che la violenza continui a crescere.
C’è poi la questione del linguaggio. La parola “terrorismo” è una delle armi più efficaci del potere coloniale. È una categoria politica, non neutra, usata per marcare come illegittima qualsiasi forma di resistenza del colonizzato. Non a caso Nelson Mandela fu definito “terrorista” per decenni, prima di diventare l’icona della liberazione sudafricana. Quando si parla di Palestina, “terrorismo” diventa una lente che oscura le cause strutturali dell’oppressione e riduce la complessità a un giudizio morale che serve solo al più forte.
Perciò, in ottica decoloniale, occorre ribaltare la prospettiva: se una violenza ci disturba, dobbiamo guardare alla radice che la genera e aprire lo spazio alle alternative non violente, anziché limitarsi a condannare chi resiste.
La vera pace non è assenza di conflitto, ma presenza di giustizia. Una pace senza giustizia è soltanto la prosecuzione della violenza con altri mezzi.
Perciò, se una violenza ci turba, la domanda giusta non è “come condannarla?”, ma “quali radici l’hanno generata?”. Solo guardando a quelle radici potremo aprire la strada a un futuro diverso.
La pace non è chiedere ai colonizzati di restare in silenzio. La pace è la rabbia come postura politica, un’energia che si trasforma in parola, in respiro, in canto d’amore. È la rabbia di chi chiama alla giustizia, perché solo lì può può nascere la fine della violenza.
